Una campagna CIAI firmata dall’agenzia Robin mette a fuoco il sommerso che non vediamo.

I problemi sociali fanno notizia, la povertà educativa no. Eppure è alla base di tutto. 

Nel 2024, il 9,8% dei giovani ha abbandonato precocemente gli studi, con punte del 12,4% nel Mezzogiorno e del 24,3% tra studenti con background migratorio. Questa catena spezzata tra scuola e futuro alimenta la devianza e gli episodi di violenza: il 40% dei giovani tra i 15 e 19 anni ha partecipato a risse nell’ultimo anno, il 12% di giovanissimi ha preso parte ad aggressioni collettive; il 30% di studenti e studentesse pratica cyberbullismo e agisce come registra filmando violenze che poi pubblica sui social (3,6%). Non da ultimo, è stretta la relazione tra povertà educativa e salute mentale: la povertà educativa può tradursi in una percezione di esclusione e di svalutazione che incide sull’autostima e sul benessere mentale, aumentando il rischio di isolamento, depressione e, nei casi più estremi, di comportamenti autolesivi e suicidari. (fonte CIAI, Openpolis, ISTAT)

Un panorama poco confortante, quello evidenziato da CIAI Centro Italiano Aiuti all’Infanzia che tuttavia non vuole allarmare ma alzare i livelli di attenzione  attraverso la nuova campagna digital “Iceberg”, realizzata con una agenzia di Roma, Robin, da tempo a fianco di realtà del terzo settore.

Se davanti a episodi di violenza a scuola o nelle strade, di fronte al diffuso malessere psicologico dei giovani (che sfocia spesso in bullismo,  aggressività, nei casi più gravi in suicidi) è immediata la paura e la reazione, di fronte alle motivazioni e alla radice del problema le coscienze non paiono essere  altrettanto scalfite.

Eppure è ormai assodato che la povertà educativa – sommersa sotto quell’iceberg che tanto pesa – riguardi oltre un milione di minorenni in Italia (il 13,8% del totale), mentre 3 milioni di bambine, bambini e adolescenti vivono in povertà.

Un problema quindi sistemico, molto più vicino di quanto si pensi:  comunità, istituzioni, scuole, famiglie, associazioni, individui  sono chiamati in causa per lavorare sulle cause, sulla prevenzione e soprattutto su modelli educativi efficaci. Altrimenti continueremo a vedere solo la punta dell’iceberg e gridare all’allarme.

Il commento del presidente Limonta

L’esperienza sul campo di CIAI conferma che sotto la superficie di quell’iceberg si nasconde una carenza sistemica di opportunità: “Non possiamo più limitarci a guardare la punta dell’iceberg e poi indignarci per le conseguenze o richiedere solo misure emergenziali o autoritarie – ha detto il presidente di CIAI, Paolo Limonta – La lotta alla povertà educativa è tra le più urgenti che abbiamo davanti. Proteggere oggi un bambino, una bambina o un adolescente significa onorare i diritti umani fondamentali e prevenire la deriva sociale di domani. Una società che non fornisce ai più giovani gli strumenti per comprendere il mondo è una società che sta togliendo loro la bussola. Dobbiamo essere capaci di immergerci sotto l’iceberg e lavorare sulle cause perché il disagio giovanile è spesso l’esito finale di un percorso segnato da isolamento e assenza di riferimenti”.

Mentre il quadro normativo recente punta sulla deterrenza e sul controllo – dal decreto Caivano in avanti – , CIAI propone invece la via della prevenzione precoce e dell’intervento educativo, secondo un modello consolidato nei 6 presidi educativi in Italia all’interno delle scuole (Milano, Bari, Palermo): qui bambine e bambini tra i 7 e i 13 anni sono coinvolti in percorsi personalizzati che utilizzano i linguaggi artistici e che curano il benessere psicologico per intercettare il malessere prima che diventi cronico e sfoci in violenza, criminalità, abbandono scolastico.

Educazione, prima di tutto

Secondo CIAI “la sfida del contrasto alla violenza giovanile impone un cambio di paradigma: smettere di rincorrere l’emergenza – invocando ad esempio il metal detector all’ingresso nelle scuole o pene più severe nel caso di reati – perché  trattare il disagio solo come una questione di ordine pubblico è un errore fatale”.

Paola Cristoferi, responsabile Progetti Italia di CIAI, sottolinea come “la sicurezza di una comunità non si misuri dalla solidità delle barriere, ma dalla qualità dei legami. Senza un’educazione profonda all’affettività e la decostruzione degli stereotipi che trasformano la fragilità in dominio, non è possibile costruire una convivenza sicura”. 

Maggiori informazioni sulla campagna di CIAI si trovano sul sito dell’associazione

CAMPAGNA ICEBERG

COSA E’ LA POVERTA’ EDUCATIVA in estrema sintesi

E’ la privazione delle opportunità di crescita, apprendimento e sviluppo personale che colpisce bambine, bambini e adolescenti che vivono in un contesto senza stimoli culturali, relazionali e educativi adeguati. La povertà educativa è considerata un fenomeno multidimensionale perché non ha un’unica causa, ma nasce dall’intreccio di fattori diversi che incidono, contemporaneamente e nel tempo, sui percorsi di crescita di bambini e adolescenti. Tra le principali cause della povertà educativa vi sono le fragilità personali e del contesto familiare, come la disabilità fisica o mentale, la povertà economica, la precarietà lavorativa, il basso livello di istruzione dei genitori o la mancanza di tempo e risorse da dedicare alla cura educativa.  Ad alto rischio di povertà educativa sono anche i bambini che appartengono a nuclei familiari di cittadini stranieri, che scontano deficit di integrazione.  A queste criticità si affiancano poi fattori legati alla scuola, come la qualità dell’offerta formativa, la difficoltà di intercettare precocemente il disagio, la dispersione scolastica e le disuguaglianze tra territori e istituti. Anche il contesto territoriale gioca un ruolo decisivo: l’assenza di servizi educativi, culturali e sportivi, la marginalità urbana o l’isolamento delle aree interne riducono in modo significativo le opportunità di apprendimento formale e informale.

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